“Qui le persone rinascono”: a Roma il riuso crea lavoro per persone di 19 nazionalità e sostiene le attività solidali di Sant’Egidio

A Roma, in un’ex caserma in via del Porto Fluviale a due passi dalla stazione Ostiense, un’imponente struttura gestisce ogni mese tonnellate di abiti e oggetti donati. È la Città Ecosolidale, un progetto della Comunità di Sant’Egidio che, da oltre vent’anni, ha trasformato la generosità dei cittadini in un articolato sistema di economia circolare e inclusione sociale.

A raccontarci il funzionamento è Marco Sala, storico volontario e responsabile di zona, che descrive un meccanismo nato da un bisogno primario e cresciuto ben oltre le aspettative iniziali.

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Da magazzino per i senza dimora a polo dell’economia circolare

L’origine del progetto, intorno all’anno 2000, è legata ad un’esigenza pratica: trovare uno spazio adeguato per raccogliere coperte e indumenti prevalentemente invernali per le persone senza dimora. “Prima lo facevamo nei locali di Santa Maria in Trastevere, ma logisticamente era diventato impossibile“, spiega Sala. Una volta ottenuto l’edificio dal demanio, la Comunità ha lanciato un appello alla città, immaginando di raccogliere quanto necessario per l’inverno.

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La risposta andò oltre ogni previsione: da 26 anni, i romani portano vestiti, ma anche mobili, farmaci, giocattoli e suppellettili. “La finalità di raccogliere per aiutare è sempre rimasta, sia in Italia che in contesti di emergenza all’estero, come per la guerra in Ucraina o per le necessità di Cuba“, precisa Sala. Il nome stesso (“Ecosolidale”) definisce il perimetro dell’azione: ecologica, nel recupero e nella lotta allo spreco, e solidale, nel sostegno concreto alle persone. “La gente è contenta di dare, c’è una componente del dono e della gratuità di ciò che riceviamo che vogliamo sempre sottolineare”, aggiunge Sala.

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Il mercato solidale: come il dono finanzia nuovi progetti

L’enorme quantità di donazioni ha ben presto sollevato una questione pratica: cosa fare con capi di alta qualità non adatti alla distribuzione diretta? “Una scarpa con tacco 12 non è utile a chi vive per strada”, esemplifica Sala. Da questa constatazione è nata, quasi subito, l’idea che questa tipologia di beni e ciò che fosse in eccedenza potesse avere comunque una funzione eco-sociale attraverso la nascita del mercato solidale. Non si tratta di un’attività commerciale a scopo di lucro, ma di un meccanismo che ha consentito di attivare un canale di autofinanziamento.

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I proventi delle vendite vengono reinvestiti per acquistare beni che non arrivano tramite donazione, come la biancheria intima nuova o i prodotti per l’igiene destinati al servizio docce, e per sostenere i costi di gestione della struttura, a partire dalle utenze e sostenere le Case della Pace distribuite sul territorio. In questo modo, il dono si trasforma, alimentando una catena di solidarietà che va oltre la semplice distribuzione di vestiti.

La filiera del riuso: 300 tonnellate di abiti l’anno e una selezione rigorosa

La macchina organizzativa della Città Ecosolidale gestisce circa 30 tonnellate di vestiti al mese, per un totale di oltre 300 tonnellate annue. Ogni capo viene igienizzato e smistato. La selezione è infatti un passaggio cruciale. “Siamo molto selettivi”, afferma Sala. “Anche se i destinatari sono i poveri – anzi a maggior ragione – il rispetto è fondamentale”.

Così, circa la metà del materiale ricevuto non supera questa selezione per gli standard qualitativi o perché quella tipologia di capo è una eccedenza. Questo scarto, ci precisa Sala, viene gestito all’interno di filiere tracciate e legali: una parte viene acquistata da società certificate per la produzione di pezzame industriale, un’altra è destinata a mercati specifici come quello dei vestiti per bambini in alcuni stati africani (visto che lì di bambini continuano a nascerne molti e da noi sempre meno, ndr). Ciò che non è recuperabile viene smaltito come rifiuto. In tal caso i costi sono a carico della struttura.

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