Che 2026 sarà dal punto di vista dell’ambiente e dell’economia circolare? Raramente rispondere a una domanda è stato così complesso. Il nuovo anno è cominciato, in questo senso, nel peggiore dei modi: l’operazione militare statunitense con la quale il presidente venezuelano Nicolas Maduro è stato sequestrato ha significato, per gli Usa guidati da Donald Trump, l’avvio della spartizione del petrolio sudamericano. Appena pochi giorni dopo ancora gli Stati Uniti hanno dato una mazzata al multilateralismo climatico attraverso l’ordine di ritirarsi da più di 60 agenzie internazionali, compresa l’UNFCCC, l’organizzazione delle Nazioni Unite sul clima.
A Davos, poi, ancora in corso nel momento in cui scriviamo, si sta seriamente parlando della possibilità da parte statunitense di annettere la Groenlandia, diventata ancora più cruciale dal punto di vista delle rotte commerciali (con lo scioglimento dei ghiacchiai) e delle materie prime critiche proprio a causa del riscaldamento globale che, almeno in teoria, l’amministrazione Trump nega con decisione.
Le premesse, insomma, non sono delle migliori. Specie se si pensa che l’anno da poco trascorso aveva già tracciato un solco negativo in questo senso, pur con qualche lodevole eccezione.
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Come ricorderemo il 2025 che siamo lasciati alle spalle, dal punto di vista ambientale e circolare? Altra domanda complessa. Più male che bene, a dire il vero, con l’Unione Europea che ha smantellato buona parte del Green Deal attraverso il ricorso alla cosiddetta semplificazione – otto pacchetti Omnibus che di fatto hanno allentato le normative ambientali. Gli Stati Uniti già l’anno scorso avevano iniziato la discesa verso l’autocrazia: foraggiando le industrie fossili (e imponendo il GNL agli alleati), togliendo risorse alle agenzie nazionali che si occupano di ambiente.
Il 2025 ci consegna l’ennesima Cop fallimentare sul clima, un fallimento ancora più doloroso perché, al contrario delle precedenti tre petro/autoritarie, sulla Cop30 c’erano forti speranze; e poi l’ennesimo rinvio per l’adozione di un trattato globale sulla plastica, l’ennesimo rinvio per un regolamento sull’estrazione mineraria in acque profonde e tanto altro.
E allora è davvero tutto da buttare? Non proprio. Alcuni buoni segnali dal 2025 sono comunque arrivati. L’anno trascorso è stato significativo per la diffusione delle energie rinnovabili, ad esempio, e persino il buco dell’ozono si è chiuso in anticipo, segno che il multilateralismo ha conseguito pure ottimi risultati.
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