Dalla CO₂ ai tessuti: innovazione del tessile o nuova frontiera del fast fashion?

Nel racconto della transizione ecologica nella moda, una delle promesse più suggestive oggi passa da un apparente paradosso: trasformare la CO₂ in materia prima per il tessile. Non più soltanto tagliare emissioni, compensarle o contenerle, ma addirittura incorporarle direttamente nei prodotti. È su questa frontiera che si muoverebbe Rubi, startup statunitense che starebbe sviluppando una tecnologia enzimatica (l’uso di biocatalizzatori proteici che accelerano le reazioni chimiche negli organismi viventi) capace di convertire l’anidride carbonica in cellulosa, base per fibre come viscosa e lyocell. La promessa è di quelle che il lessico dell’innovazione contemporanea conosce bene: deep tech, biomimetica, decarbonizzazione, compatibilità industriale. Ma proprio per questo il condizionale resta necessario. Perché accanto al fascino della soluzione tecnologica rimangono aperti i nodi decisivi: la scalabilità, il costo, il fabbisogno energetico, il bilancio climatico complessivo e, soprattutto, il modello economico dentro cui questa innovazione verrebbe assorbita.

Rubi avrebbe recentemente raccolto circa 7,5 milioni di dollari e annunciato accordi commerciali per oltre 60 milioni di dollari, segnali che indicherebbero non solo l’interesse degli investitori ma anche una pressione crescente verso la commercializzazione su scala più ampia . A rendere il caso ancora più interessante è il fatto che questa cellulosa da CO₂, secondo quanto riportato, potrebbe essere lavorata usando infrastrutture già presenti nelle filiere tessili, riducendo i costi di transizione e accelerando un’eventuale adozione industriale. Il vantaggio, quindi, sarebbe evidente: innovare senza dover ricostruire. Dal punto di vista sistemico, però, è anche l’elemento che rende la vicenda più ambigua. Perché una tecnologia tanto più è “interessante” per il mercato quanto più si adatta alle strutture esistenti. E nel caso della moda, adattarsi alle strutture esistenti significa entrare in una filiera dominata da velocità, grandi volumi, prezzi compressi e cicli di consumo sempre più brevi.

Il processo sviluppato da Rubi in teoria consentirebbe di ridurre la dipendenza da risorse vergini: meno petrolio per le fibre sintetiche, meno pressione sulle foreste per la cellulosa tradizionale. È un passaggio tutt’altro che secondario in un settore che continua a cercare materiali meno impattanti senza mettere realmente mano alla propria struttura produttiva.

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