Con il suo ultimo libro “In Difesa dell’Acqua. Il Bluewashing e l’inganno della sostenibilità idrica” (Intermezzi editore, 2025), Francesca Greco ha ripensato il concetto di bluewashing, fatto importanti proposte metodologiche e politiche in ambito idrologico e posto alcuni rilevanti problemi generali a livello di consumo idrico.
Membro del London Water Research Group dal 2003, del Water Footprint Network, e tra le fondatrici della Tony Allan Society (Associazione che onora il lavoro del geografo britannico che ha fondato il concetto di “acqua virtuale”, John Antony Allan), questa ricercatrice è esperta di politiche idriche internazionali e vanta un’esperienza ventennale nel settore. Ha lavorato per diversi anni per l’Onu (Fao e Unesco) e attualmente è ricercatrice visiting presso il King’s College di Londra e lavora per l’Istituto degli Economisti del Mediterraneo a Barcellona (Emea). L’abbiamo incontrata nella sua casa di Barcellona per approfondire uno dei temi che spesso trattiamo nel magazine, e per farci raccontare di cosa parla esattamente il suo ultimo lavoro.
IL BLUEWASHING E IL SUO USO CRITICO
È una declinazione del greenwashing specifica per le dichiarazioni idriche. Il bluewashing è speculare al greenwashing. Dato che ultimamente queste dichiarazioni si stanno moltiplicando, sui social media, su Instagram, nelle campagne pubblicitarie, etc., ho sentito la necessità di chiarire il concetto e di porre l’attenzione sul fatto che le compagnie private, e chiunque ci voglia vendere prodotti sostenendo che ha diminuito l’impatto idrico, in realtà, non usa né calcoli specifici che lo dimostrano né mette a regime degli standard che legittimerebbero la pretesa di non avere impatti idrici nel loro processo di produzione. Lo uso, quindi, per agevolare la comprensione del fenomeno del greenwashing idrico.
In effetti ho proprio cambiato il significato di questa parola. Per capirlo è bene fare una breve introduzione storica: sotto la presidenza di Annan (Kofi Annan, segretario generale dell’Onu, 1997-2006, ndr) è stato istituito il “Ceo Mandate” (il mandato per gli imprenditori): si stabilì che gli imprenditori di tutto il mondo dovevano aderire ai cosiddetti “millennium goals”, che erano gli obiettivi che hanno preceduto gli attuali “sustainable millennium goals” (sustainable development goals, ndr). Quindi gli imprenditori, soprattutto quelli delle multinazionali, erano chiamati ad aderire a questi obiettivi delle Nazioni Unite. Naturalmente questo ha creato molto caos, dato che le imprese private affermavano di aver fatto propri quegli obiettivi, quando in realtà, per esempio, avevano migliorato in modo risibile le condizioni di lavoro dei propri lavoratori o il loro impatto ambientale. In poche parole usarono il blu dell’ONU per ripulire la propria immagine. Il termine bluewashing fu quindi usato inizialmente per indicare questo ritinteggiare di “blu ONU” e le aziende che dichiaravano di aderire agli standard degli obiettivi del Millennio (dal 2000 al 2015). Nel mio libro do quindi un altro significato al termine per regalarlo al “mondo idrico”, affinché lo possa comprendere chiunque, anche chi non ha un background sull’ONU. Perché se capisci una parola senza avere un background che te lo consente, vuol dire che quella parola è comunicativa. La parola bluewashing, che si riferiva alla breve storia dell’Onu che ho ricordato, non lo era. Mettendola in relazione invece al greenwashing, tutti coloro che sanno cos’è quest’ultimo, possono capire facilmente che si tratta di greenwashing idrico. Come accennavo, questo shift di significato nasce da una profonda motivazione politica: con l’aumento delle “dichiarazioni blu” false, così come dei cosiddetti “blue claims” (messaggi di sostenibilità idrica delle aziende, ndr), è importante mettere l’accento sulla metodologia e sulla veridicità di queste dichiarazioni, grazie all’uso di un concetto specifico che permette di farlo.
di Emanuele Profumi
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